Bologna, 12 luglio 2010
I quotidiani sono spesso portatori di notizie che hanno ad oggetto scandali politici e finanziari tra loro connessi. Amministratori locali, Presidenti di Regione, Parlamentari, Pubblici Ufficiali e importanti uomini d’affari sono costretti a dimettersi dai loro incarichi perché corrotti, collusi o incompetenti.
Queste notizie si riflettono sul sentire comune e sono amplificate dai giudizi della gente, che si sente non rappresentata e sconfitta di fronte al malcostume diffuso nel settore pubblico e privato. “Tanto sono stutti uguali, non cambierà mai nulla” è il commento più diffuso e ripetitivo.
La nostra legge fondamentale dispone che una persona imputata di un reato non deve essere considerata colpevole fino alla sentenza definitiva di condanna. Prima di allora vige il principio accusatorio, e non già inquisitorio, di non colpevolezza e di parità dell’accusa e della difesa dinanzi ad un Giudice terzo e imparziale.
E’ vero, altresì, che la risonanza mediatica di fatti costituenti reato che coinvolgono persone note, che rivestono importanti funzioni, sia pubbliche che private, incide in modo notevole sulla formazione di un giudizio di popolo, che può uniformarsi ai principi giuridici genralmente accolti dal nostro ordinamento e consentire ai magistrati di esercitare le loro funzioni per accertare la verità; oppure, come accade sovente, erigersi esso stesso a giudice delle leggi e chiedere con furore l’adozione di misure idonee ad impedire che simili fatti, ancorchè non ancora pienamente accertati nelle sedi giudiziarie, possano ripetersi a danno della collettività.
Come è comprensibile, a seconda della diversa interpretazione che si desidera fornire ad un medesimo fatto, è possibile accentuare principi di riservatezza, giusto processo, innocenza, ovvero di ragionevolezza, giustizia e uguaglianza.
Le considerazioni sopra esposte possono essere adeguate in relazione ad un giudizio che deve compiersi nei confronti di un cittadino comune.
Quando il soggetto principale del giudizio è un cittadino particolare, in ragione delle funzioni svolte o delle cariche rivestite, accanto a valutazioni di carattere giuridico e sociale, è doveroso porre dei quesiti anche di natura etica e morale.
Perché un privato cittadino risponde della propria condotta, commissiva od omissiva, che può cagionare un danno ad un numero ristretto o anche elevato di soggetti, per sé medesimo. Una persona di rilevanza pubblica, invece, risponde delle proprie azioni, non solo per sé stessa, ma anche per tutte le persone delle quali è rappresentante. Da qui, il maggior rigore imposto nel giudizio, perché esso coinvolge anche la fiducia, il prestigio, la trasparenza e l’imparzialità, che devono caratterizzare i pubblici uffici nel rapporto con l’Amministrazione ed i privati.
In quest’ottica, ad un giudizio meramente tecnico, di natura giuridica, si affianca, con pari importanza, un giudizio che può basarsi anche sui gravi indizi di colpevolezza che, pur non rappresentando una definitiva condanna, costituiscono comunque motivo di riprovazione e di incertezza, di poca trasparenza nell’operato del Pubblico dipendente o del Privato.
In questi casi, la regola del buon senso depone per una scelta prudenziale, che consiste nella sospensione dalle cariche e dalle funzioni della persona gravemente indiziata di un delitto, in attesa dell’accertamento giudiziale dei fatti contestati.
In caso di condanna, il funzionario o il responsabile sarà sottoposto alla giusta pena; in caso di assoluzione o di non luogo a procedere, sarà reintegrato nelle sue funzioni con un riconoscimento di una somma di denaro, a titolo di indennizzo e l’attribuzione delle eventuali qualifiche che avrebbe dovuto conseguire in assenza del periodo di sospensione dal servizio.
Ci interroghiamo spesso, come dimostrato, intorno alle cause, alle conseguenze ed ai rimedi possibili nei confronti di comportamenti illeciti tenuti da persone pubbliche o da privati cittadini portatori di interessi diffusi.
Tralasciamo, però, con altrettanta frequenza, di portare all’attenzione delle masse esempi di virtù e di onesto lavoro quotidianamente svolto dalla maggioranza delle persone, sia nel pubblico impiego che nel settore privato. Tutto ciò nuoce al buon nome del paese Italia.
Ci sono funzionari, dipendenti e amministratori che rispettano i compiti loro affidati; lavorano con serietà, diligenza e competenza; rispettano gli orari e le mansioni loro attribuite; rispettano il principio della buona amminsitrazione, trasparente ed efficace; non si appropriano di beni appartenenti allo Stato o ad altri privati cittadini e, soprattutto, si sentono e vivono la loro funzione svolta al Servizio dello Stato e, quindi, dei cittadini in generale.
Queste persone si trovano all’intenro del Parlamento, del Governo, della Magistratura, della Pubblica Amministrazione, delle società e del Commercio. Sono persone che non devono compiere eccessivi sforzi per distogliere la loro attenzione da possibili tentazioni di commettere illeciti o, più semplicemente, di non rispettare il mandato ricevuto. Sono persone oneste, lavoratrici, studiose e rette, che sorreggono, con la loro fatica quotidiana, le sorti del nostro Paese e impediscono, ogni giorno, che l’illecito e la mancanza di regole, si impossessino della nostra vita e del nostro sentire quotidiano.
Un vivo e sentito ringraziamento a tutti coloro che vivono con dignità e onestà la loro vita, che considerano il denaro non un fine, ma più correttamente un mezzo per soddisfare i propri bisogni e quelli della famiglia e rispettano gli altri in quanto persone, e non solo perché rivestiti di funzioni o di gradi sociali.
Un invito a tutte queste persone, perché continuino con determinazione a svolgere, come hanno sempre fatto, il loro lavoro e, in aggiunta, ad essere non solo motivo di esempio per sé stessi, ma anche per gli altri. Mettete in risalto le vostre capacità e il vostro modo di vivere e intendere la vita, così da diffondere in modo capillare un virtuoso comportamento di vita, che lasci sempre meno spazio a coloro che desiderano approfittarsi della buona fede altrui, sì da indurre queste persone a cambiare stile di vita, oppure ad essere giudicate per ciò che fanno in danno alla collettività, con fermezza e senza dispiaceri.
“Male non fare, paura non avere”, recita un antico saggio. “Non permettere a nessuno di offuscare la tua buona fede e la tua onesta condotta di vita”, aggiungo per andare oltre al rispetto di sé stessi e abbracciare anche una volontà di riforma del pensiero oggi dominante, per cui i furbi possono continuare ad essere tali, perché non c’è nessuno che può impedire loro di esserlo.
Noi possiamo farlo, non solo con la nostra condotta di vita, ma anche con il nostro riprovevole e comune giudizio.
Amedeo Bianchi
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